Genitori e figli: consigli per l'uso

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  1. lulu1954

    lulu1954

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    Salve a tutti! Oggi è una giornata tristissima... Parigi ancora una volta sotto assedio, ma potrebbe essere Milano, Madrid, non cambia nulla.
    Contemporaneamente però è nata una cosa carina che mi è servita per distrarmi un pochino (ma poco, ma va bene lo stesso...).
    Un ragazzo molto in gamba, ha scritto questo post nel nostro blog
    http://www.moto39ilblog.it/dai-andiamo-papa-di-davide-lavista/
    Ovviamente ha a che fare con le moto, ma in modo diverso, indiretto, ed ha vinto il premio emozione.
    Quanti di voi ci si riconoscono?
    Una buona serata a tutti :)
     
    Ultima modifica: 14 Novembre 2015
  2. Mastic

    Mastic

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    Lulu, posso darti un consiglio?
    Fai copia/incolla del testo che ti interessa segnalare e sul quale vuoi convincere i forumisti. Aumenta le probabilità di risposta.
    ;-)
     
    Ultima modifica: 16 Novembre 2015
  3. viperello0109

    viperello0109

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    Ecco, a me interessa molto ma al momento il browser aziendale impedisce la lettura ;-)
     
    Ultima modifica: 16 Novembre 2015
  4. lulu1954

    lulu1954

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    Quanti di voi ci si riconoscono?
    Una buona serata a tutti :) [/quote]
     
    Ultima modifica: 16 Novembre 2015
  5. lulu1954

    lulu1954

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    Te lo riassumo? :lol:
     
    Ultima modifica: 16 Novembre 2015
  6. viperello0109

    viperello0109

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    Non so di che tratta, ma sono stato figlio che ha mandato ai matti i genitori per
    fare motocross, e adesso sono genitore di figli che probabilmente delle moto pfdm :D

    (nutro qualche speranza col piccolo, poi penso ai costi e... massì lasciamolo giocà a pallone)
     
    Ultima modifica: 16 Novembre 2015
  7. angu1973

    angu1973

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    [/quote]
    Lulù, il Mastic intendeva questo:

    "Dai andiamo Papà di Davide Lavista

    La moto di papà è una Yamaha naked FZ6.

    Mi ricordo che la lucidava quasi ogni sera in garage dopo una lunga giornata di lavoro e poi la copriva con delicatezza dandole il colpetto della buonanotte.

    Quando ero piccolo mi mettevo dietro a lui in sella aggrappandomi con tutte le mie forze al suo giaccone, poggiando la testa su quella schiena che mi sembrava gigantesca. Era il pilota della mia astronave, il timoniere che non avrebbe mai permesso alla barca di affondare.

    Insieme viaggiavamo tra le onde di una vita storta e piena di brutture fermandoci ai semafori rossi.

    Poi le mie prese sono diventate meno salde, non cingevo più l’intera vita di mio padre con le braccia. Eppure avrei potuto, le mie braccia erano cresciute, erano più lunghe.

    Col passare del tempo ho iniziato ad afferrare la sella e le maniglie che avevo dietro di me, evitando ogni contatto, preservando quei pochi centimetri vitali di spazio tra guidatore e passeggero come se ci fosse un sottile muro d’aria tra noi. Un ostacolo, una lastra di vetro.

    Non volevo toccarlo: avrebbe dato fastidio a me e avrebbe dato fastidio a lui.

    Non so in quale preciso istante della vita io e mio padre abbiamo smesso di giocare insieme.

    È successo, quando entrambi abbiamo smesso di essere bambini. Non so quando poi abbiamo smesso di parlare. È successo, quando abbiamo perso la pazienza. Poi ci siamo persi noi.

    Io e mio padre ci siamo persi e non ci siamo più trovati.

    Si dice che gli opposti si attraggano e che gli uguali si respingano: la Fisica ci aiuta spesso a spiegare l’umanità e non ci delude neanche stavolta con le leggi del magnetismo.

    Gli essere umani sono dei macroscopici campi elettromagnetici viventi e circolanti che possono interagire o meno tra loro. In quel rapporto di amore familiare io e mio padre eravamo due magneti con proprietà polari composite, opposte e identiche: i nostri poli opposti si fronteggiavano a vicenda caricando come tori contro una bandiera rossa, e finivano per cozzare e scontrarsi.

    C’erano delle esplosioni.

    Spesso venivamo sbalzati indietro con le ossa ammaccate e doloranti. I nostri poli uguali aspiravano con modalità diverse allo stesso obiettivo: respingersi con la maggior forza possibile per restare lontani.

    Perché in Fisica le cariche magnetiche uguali dispongono di una forza di repulsione proporzionale alla distanza. Perciò l’unico modo per evitare impatti distruttivi e detriti poteva essere solo aumentare questa distanza.

    Sulla moto ho iniziato a tenermi lontano, a distanziarmi.

    Ho cominciato a staccarmi, a scindere la moto in due parti: due bolle viandanti, due rette parallele, vicine ma attente a non toccarsi altrimenti sarebbero scoppiate in mille pezzi. Il problema è che poi l’ho fatto anche una volta scesi.

    Anche quando non eravamo sulla moto.

    E mio padre non è venuto certo a cercarmi.

    « Dai, andiamo papà. Vieni. » Quando dovevamo uscire ero sempre il primo a varcare la soglia della porta, con il casco in mano, impaziente. Mi avvicinavo alla moto e aspettavo, ero pronto da un pezzo.

    Quella frase continuavo a ripeterla, a volte con eccitazione a volte con fastidio, a volte con irrequietezza a volte con insofferenza.

    Spesso con fretta.

    In realtà a me piaceva andare in moto con mio padre, mi piaceva davvero, solo che all’epoca non realizzavo. Non contestualizzavo. Non astraevo. Non capivo che l’importante era salire sulla moto insieme e viaggiare in alleanza contro le sfide del mondo.

    Non comprendevo che il momento più prezioso era proprio la preparazione e la partenza insieme. L’inizio di un viaggio che non mi avrebbe visto solo contro i mostri; ero con papà, in sella, avvinghiato al suo torace. La moto era la nostra astronave con la quale avremmo raggiunto qualsiasi pianeta dell’Universo.

    Avrei dovuto capirlo, a quest’ora forse non avrei tutti questi rimorsi. O rimpianti. Non ho mai capito bene la differenza. Forse sono la stessa cosa.

    Mio padre ha sempre guidato a scatti, o meglio io avevo l’impressione che fosse così: che il suo carattere così pieno di angoli aguzzi e di repentini cambi di umore si riflettesse negli scatti alla guida. Frenate brusche ed accelerazioni improvvise, i muscoli delle mie braccia erano sempre in tensione perché cercavo di non cadere all’indietro o di catapultarmi oltre la ruota anteriore. Soprattutto cercavo di non urtare lui con il casco quando i freni mi spingevano avanti a causa della decelerazione e della forza d’inerzia, e allora dovevo contrarre i muscoli. Dopo un po’ di tempo iniziavo ad avere i crampi.

    E ad essere arrabbiato.

    Alla maggiore età ho scelto di prendere immediatamente la patente e di spostarmi da solo con la macchina, preferendola alla moto. Mio padre ha continuato a guidarla da solo.

    La Yamaha FZ6 ora è in garage a riempirsi di muffa, coperta da un telo lacero e pieno di polvere.
    « Dai, andiamo papà » non lo dico più.

    Oggi voglio entrare in garage e strappare via quel telo. È passato tanto tempo, mesi, anni. Anni che sembrano secoli per lo strano tranello che la mente si diverte a tenderci.

    Accendo la luce, eccola lì.

    Mi avvicino, la scopro e lascio cadere il telo. La spolvero per bene e prendo due caschi.

    Uno è quello vecchio di mio padre, l’altro è semi-nuovo, dato che il mio è diventato troppo piccolo e ormai abbastanza grande solo per la testa di un bambino. Comunque c’è anche lui, sulla mensola piena di ragnatele. Indugio per un attimo con lo sguardo, nel vecchio e buio garage non è stato mai toccato niente durante tutti questi anni.

    Faccio un respiro.

    La signorina che sembra vestita come un’infermiera mi accompagna con lentezza nella stanza in fondo, quella senza rumori. La finestra è aperta e si sente solo il lieve fruscio delle foglie smosse dal vento primaverile.

    Saluto mio padre che mi guarda con espressione dubbiosa e un po’ smarrita. Non ha idea di chi io sia.

    Mi avvicino tenendo i due caschi con una mano. Papà si è ammalato di Alzheimer poco meno di una decina di anni fa e ora non ha più ricordi: è un bambino che deve imparare a camminare ogni mattina, ogni mattina ricominciando da capo. Allungo una mano verso la sua, lui continua a guardarmi con incertezza nell’evidente sforzo di provare a ricordare chi ha di fronte.
    Si alza e mi segue docilmente, ci dirigiamo fuori la struttura. C’è la vecchia moto ad aspettarci. Monto in sella per primo, davanti, per la prima volta al posto del guidatore. Per la prima volta senza fretta. Prima di infilarmi il casco lo guardo e vedo i miei stessi occhi.
    « Dai, andiamo papà. Vieni. »

    Davide Lavista
    "

    E poi se vuoi puoi metterci il link http://www.moto39ilblog.it/dai-andiamo-papa-di-davide-lavista/ ;-)

    Spiacente ma io non posso aiutarti dato che non sono genitore
     
    Ultima modifica: 16 Novembre 2015
  8. lulu1954

    lulu1954

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    è un pochino più intimo... più approntato sul rapporto vero e proprio tra genitori e figli, la moto era un mezzo di comunicazione prima, di non comunicazione dopo e di ricomunicazione ora... beh, adesso che ti ho CHIARITO le idee ha ha, non ti resta che leggere, e poi mi dici. Che interessi hanno adesso i tuoi figli?
     
    Ultima modifica: 16 Novembre 2015
  9. lulu1954

    lulu1954

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    E poi se vuoi puoi metterci il link http://www.moto39ilblog.it/dai-andiamo-papa-di-davide-lavista/ ;-)

    Spiacente ma io non posso aiutarti dato che non sono genitore[/quote]
    ok adesso ci sono GRAZIE!!
    perchè non ci sarei mai arrivata... tont, james tont!
    Ma sarai stato figlio no?
     
    Ultima modifica: 16 Novembre 2015
  10. viperello0109

    viperello0109

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    Rimorsi e rimpianti.
    Ne avremo sempre e comunque, rispetto ai genitori.
    Io, da parte mia, spero di non suscitarne.

    Un bel pezzo, comunque. Fino ad un certo punto mi ci sono perfino riconosciuto,
    quando andavo in moto con papà.
     
    Ultima modifica: 16 Novembre 2015
  11. viperello0109

    viperello0109

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    I miei figli sono figli di questi tempi: tablet, giochi e tivvù.
    Non nascondo, anche con malcelata vergogna, che sono dei sistemi buoni per alleviare la fatica di tenerli a bada.
    Per me c'erano due cose: il pallone e i motorini, non avendo altre distrazioni.
    Pure le ragazze contavano poco.

    Il grande sicuramente è un pigrùn, poca passione per lo sport. Sta andando a flag-football, ma più perchè lo obblighiamo (altrimenti lo sbrago sul divano sarebbe totale) che per effettiva passione.
    Il piccolo è un furetto, gioca bene a calcio, non sta mai fermo e farebbe tutti gli sport che Sky trasmette, compreso il golf.
    E' salito sulla minimoto che ricevetti in regalo per i miei 40 anni ed ha imparato subito.
    Qualche volta è anche venuto in moto con me, ma vuole "guidare" e dietro non ci sta volentieri.

    Cacchio però se è difficile fare il genitore.... Ho chiesto perdono ai miei e a tutti gli insegnati che ho avuto.
     
    Ultima modifica: 16 Novembre 2015
  12. lulu1954

    lulu1954

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    E' il mestiere più difficile, soprattutto perché non ci sono libretti d'istruzioni... ha ha, io non ho figli ma ne ha due mio marito, ormai grandi, sono diventata nonnastra (mammastra....nonnastra, matrigna mi fa molto strega...).
    Anche il mio ruolo è altrettanto difficile, se è possibile.
    Non sono stata nemmeno troppo figlia, avendo perso mia madre a 13 anni e mio padre non c'è praticamente mai stato. Un casino insomma, ecco perché il racconto mi ha commosso... la possibilità di parlare oggi con i nostri e dire cose che non abbiamo detto prima, potrebbe fare la differenza, se se ne ha la possibilità!
    I figli con poche passioni sono ancora più difficili... una buona settimana!
     
    Ultima modifica: 16 Novembre 2015
  13. T-Big

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    Io non mi sono mai duplicato, anni fa si ruppe lo scanner e rimasi solo con la stampante...poi se ne andò anche quella lasciandomi con una scorta di cartucce mai usate; ogni tanto ne apro una e ne faccio uscire l'inchiostro sperando che La Mente Eterna si commuova e mi venga a dire di farla finita. 8) Le delusioni avute dall'altra metà del genere umano mi hanno prima portarto ad odiarlo e poi a commiserarlo lasciandomi con una solitudine infinita e, a volte, la voglia di farla finita...ma mi ricordo che trenta anni fa qualcuno si diede la pena di concedermi ancora la presenza su questa palla di fango per chissà quale motivo e poi...ho capito che le azioni, pur piccole, di una persona possono condizionare la vita di altre facendo attenzione che le ricadute siano più possibile positive...anche se spesso non ci sono riconoscimenti ma il saperlo è già qualcosa.
    Sono stato un figlio anche io e lo sono ancora, ho la fortuna di avere ancora e spero per molto, i miei genitori. Il rendersi condo che la sabbia nella clessidra si avvicina al fondo mi fa vivere la vita a 300 km l'ora e nel contempo cerco di gustarmi la loro presenza come fosse l'ultimo giorno; essere figli a cinquantacinque anni con due genitori ottantenni vivendo insieme da sempre non è un delitto come alcuni vogliono far credere, di fronte ad una umanità sempre più disumanizzata avere un buon rapporto genitori-figli assume oggi un valore ancora maggiore.
     
    Ultima modifica: 17 Novembre 2015
  14. lulu1954

    lulu1954

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    ti invidio... mi capita di vedere ragazze, donne, con le loro madri andare in giro e parlare, sorridersi tra di loro, complici... è una cosa che non ho avuto la fortuna di provare.... è qualcosa che mi manca e a 13 anni non ha la percezione che le cose possano finire.
    Un caro saluto , goditi i tuoi anche per me e dagli un abbraccio, da parte di una amica un po' invidiosa...
    :)
     
    Ultima modifica: 17 Novembre 2015